La domenica dei pomodori ripieni

La domenica dei pomodori ripieni

Una domenica come tante. Una domenica con papa’ di riposo e mamma che prepara i
pomodori al forno ripieni con il riso. Una domenica con il sole, arrivato dopo un freddo inverno, pronto a scaldare aria
e cuori, e il cielo carta da zucchero sui tetti di Roma.
Il cortile e’ quello di sempre.
Quello con mamma che si affaccia spesso alla finestra per “E’ quasi pronto! Salite ad
apparecchiare…”
Quello dove papà mette la bicicletta sottosopra, sedendosi sui gradini delle scale del
portone, per riparare la ruota forata.
Quello dove la signora Sarina, la giunonica vicina del secondo piano, nelle serate estive
organizza tavolate lungo il viale, per cenare insieme ad altri vicini del quartiere o dove
siede su una panchina bianca, con la spalliera di legno, e quando usciamo per giocare
ci manda al tabacchi di Gino a comprarle le sigarette.
Quello dove Anita porta il cane a passeggiare, con il suo immancabile sorriso che
accompagna il “Ciao belle!”.
Quello con i muretti lungo il marciapiedi, su cui camminare come fossero una trave di
equilibrio e sentirsi un po’ delle ginnaste artistiche.
Quello con i due paletti fatti ad U capovolte, infilati nell’asfalto, tra un muretto e l’altro,
dove appendersi come scimmiette e fare capriole. A lei, capita si vedano gli slip dalla
gonnellina, durante la capriola. A me no. Non abbandono i miei pantaloni neanche per
gli eventi importanti, per cui e’ richiesto l’abito elegante.
Il cortile,oggi, da il benvenuto alla primavera e ad un dono nuovo di mamma e papa’,
perfetto per la nuova stagione: un dindolo’. E’ entrato a far parte dei nostri giochi dopo
aver promesso nel negozio che lo avremmo condiviso, senza litigare.
Il seggiolino e’ sorretto dalle catene da stringere tra le mani.
Le gambe in avanti, le gambe indietro e la magia di essere dondolate come in un
pendolo.
“Ti spingo io?”
“Si,si, ma forte forte eh!”
“Cosi’?”
“Piu’ forte!”
E l’illusione di poter raggiungere il ramo piu’ alto dell’albero, quello che “Prima o poi
dovremo potarlo questo senno’ entra in cucina…”
Avanti e indietro. Avanti e indietro. Le gambe in movimento e un sorriso immobile sui
nostri volti.
“Tocca a me adesso!”
“Va bene e io ti spingo.”

Un po’ io, un po’ lei. Come promesso quando ce lo hanno comprato. Un ottimo tentativo
per insegnarci a condividere.
A ripensarci oggi, che sono trascorsi circa 30 anni, credo che volessero insegnarlo
soprattutto a me. Ero possessiva di tutto cio’ che mi apparteneva e non lo nascondevo
neanche un po’.
Solo mamma e papà riuscivo a condividerli con lei, senza manifestare apertamente un
senso di fastidio per non poterlo evitare. Solo miei lo erano stati per i primi 17 mesi della
mia vita, fino a quando con la sua nascita aveva cancellato il mio titolo di figlia unica,
regalandomi quello di sorella maggiore. Se mi fermo a guardare i ricordi scorrere nella
mia testa, lei c’e’ sempre stata. C’era seduta sui panettoni, accanto a me, sotto l’albero
di Natale. C’era sulle spiagge calabresi a mangiare la pasta e frittata di nonna Carmela.
C’era alle lezioni di danza, dove lei, anche se piu’ paffutella di me, era graziosa e
leggiadra e io goffa e imbarazzata, come quando sogni di essere nuda al centro di una
piazza gremita di gente. C’era alle mie feste di compleanno alle elementari, quando
dall’asilo, dove ero stata insieme a lei fino all’anno prima, la maestra Ada le concedeva
di raggiungermi in classe per festeggiare insieme a me e ai miei compagni.
Oltre ai genitori, condividevamo la cameretta. Piu’ che cameretta era la sala da pranzo.
Una sala con la vetrina lucida di colore beidge, che era vietatissimo toccare per non
sporcare i vetri, e un tavolo allungabile dove si mangiava solo se venivano a pranzo
nonno e nonna. Il resto dei giorni i pasti si consumavano semplicemente in cucina. Oltre
alla vetrina e al tavolo, nella stanza c’era un mobile a ponte di legno, con un letto in
evidenza ed uno che si tirava fuori la sera prima di andare a dormire. Il letto estraibile
era il mio. Quello sempre aperto era il suo. Lei non aveva quasi mai problemi a farmi
sedere sul suo, tranne’ se avevamo da poco discusso. Io, invece, il mio non lo volevo
sfiorato neanche con il pensiero.
Per un periodo della nostra vita abbiamo anche condiviso il suo letto, per evitare la
procedura del tirare fuori il secondo letto la sera e quella di risistemarlo la mattina.
Dormivamo testa­piedi.
E dopo la buonanotte, non mancava mai il mio
“E dai scansati! Non mi toccare, ti puzzano i piedi!”
“Ma a te ti puzzano! I miei profumano!”
Miei erano i libri, guai a chi toccava anche solo le copertine. Mio era il pallone, guai a
portarlo fuori casa, se non ero presente. Miei erano i pattini, guai anche solo se li
provava. E non solo perche’ secondo me i suoi piedi puzzavano, avrei provato la stessa
gelosia se si fosse trattato di un paio di guanti.
La domenica sta scorrendo piacevole, con i piatti sul tavolo e i pomodori con il riso nello stomaco; con la moka sulla macchina del gas e un film di Alberto Sordi su Rete 4; con
papa’ che sbuccia una arancia e mamma che prepara le tazzine per il caffe’.

L’altalena e’ stata spostata dal cortile al corridoio, davanti la porta della camera da
pranzo.
Lei ha messo la sua bambola seduta sul seggiolino e la spinge da un po’. Io vorrei
togliere la bambola e dondolarmi da sola.
“Adesso tocca a me!”
“No, ci sto giocando io!”
“Ma adesso tocca un po’ a me, dai! Ci hai giocato tutto il tempo tu!”
“Non e’ vero! Ci hai giocato piu’ tu!”
“L’altalena e’ mia!” Di colpo ho rimosso la promessa fatta nel negozio e da nostra e’
diventata mia.
“Non e’ tua! E’ anche mia!”
Un confronto come tanti altri gia’ consumati in passato, in cui le parole erano sempre
troppe e gli accordi raggiunti pochi.
“Dai per favore, solo un po’ io adesso, poi scendo e te la lascio…”
“HO DETTO NO!” non intendeva cedere neanche se la mia ultima richiesta era molto
vicina ad una supplica. Sul viso ha quella espressione soddisfatta che ho gia’ visto tante
altre volte, che nella mia testa traduco con “Sono contenta che ci stai restando male!
Sono contenta che ti stai innervosendo!”
La guardo spingere l’altalena. Guardo lei sorridente. Un sorriso dolce verso la sua
bambola, un sorriso provocatorio verso di me.
“Dindolo’, dindolo’, questa bimba a chi la do…”
Sorridente verso la bambola, provocatrice verso di me. Non smette.
E’ un attimo. E non e’ un incidente. Le mie mani afferrano il seggiolino e la spinta verso
di lei e’ consapevole. Me ne pento, amaramente, non appena l’altalena smorza il suo
sorriso e il sangue inizia ad uscire, accompagnato dal suo pianto di dolore.
Non ho altri ricordi di quella domenica. Non riesco a ricordare i nostri genitori che
arrivano a soccorrerla, i primi tentativi di bloccare il sangue, le domande a me per
capire come fosse successo, la corsa in ospedale per farla medicare.
Forse il mio senso di colpa, per quel gesto cosi’ violento e folle, era cosi’ intenso da
aver preferito cancellare i ricordi, per non doverne soffrire ogni volta. Ma a ricordarmi
per sempre di quella mia azione, assurda e consapevole, c’e’ una cicatrice sulle sue
labbra, frutto dei punti per la sutura che le hanno dovuto cucire quel pomeriggio al
Pronto Soccorso. Una cicatrice che lei trova particolare, perche’ in
pochi ne hanno una cosi’ vicino al labbro. Se ci ritroviamo a ricordare insieme
quell’episodio, mi dice che la cicatrice le piace e lo fa con il sorriso. Un sorriso in cui
oggi non leggo piu’ provocazione o tentativo di infierire sul mio rimorso, ma sincerita’ e
complicita’, e forse anche un desiderio di tranquillizzarmi ed aiutarmi a non sentirsi piu’
in colpa. Crescendo e’ diventata piu’ grande di me.

E oggi è di nuovo domenica e anche io ho voluto preparare i miei pomodori ripieni di gamberi, riso, quinoa ed altri ingredienti sfiziosi di cui vi parlo in questa ricetta.

Ingredienti

  • 4 pomodori tondi e grandi
  • 100 g di un mix tra riso, quinoa bianca e quinoa rossa
  • 200 g di gamberi
  • 1/2 spicchio di aglio
  • 2 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • 1 cucchiaio di pinoli
  • menta
  • prezzemolo
  • basilico
  • pepe nero
  • a piacere ricotta salata grattuggiata

Procedimento

  1. Laviamo i pomodori ed asciughiamoli. Utilizziamo un coltellino affilato e tagliamo le calotte superiori. Svuotiamoli aiutandoci con un cucchiaio, facendo attenzione a non forarne il fondo. Capovolgiamo quindi i pomodori e lasciamoli scolare.
  2. Lessiamo per soli 5 minuti il mix di riso, quinoa rossa e bianca. Scoliamo quindi molto al dente
  3. Mettiamo in un mixer la polpa ricavata dai pomodori svuotati insieme a mezzo spicchio di aglio (privato dell’anima), 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva, la menta, il prezzemolo, il basilico e frulliamo
  4. Versiamo i pinoli in una padella antiaderente e facciamoli tostare.
  5. Preriscaldiamo il forno a 180°
  6. Aggiungiamo nella padella un cucchiaio di olio extravergine di oliva, i gamberi e la salsa ottenuta nel mixer e lasciamo insaporire per un minuto.
  7. Riempiamo ogni pomodoro con il nostro condimento ed inforniamo a 180° per circa 40 minuti
  8. Sforniamo e serviamo grattuggiando sui pomodori della ricotta salata ed utilizzando la calotta come fosse un cappello dei pomodori

Note

  • Se desiderate preparare anche della patate informatele prima perché solitamente la loro cottura richiede almeno 1 ora. Aggiungete successivamente i pomodori
  • Non ho dimenticato di aggiungere il sale. Ho scelto di non salarli perché il sapore delle erbe e della ricotta salata a me basta per assaporare gli altri ingredienti

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